Memoria del Beato Martire Alojzije Card. Stepinac 2013.

Roma – Chiesa di San Girolamo dei Croati

Domenica, 10 febbraio 2013 – ore 18.00

OMELIA

di S. Em. R. il Card. Mauro Piacenza

Prefetto della Congregazione per il Clero

[Is 6,1-2a.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11]

Sia lodato Gesù Cristo!

Cari Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

Carissimi Fedeli tutti,

ringrazio la Provvidenza, che ci ha oggi riuniti, in questa Chiesa di San Girolamo dei Croati, segno della speciale predilezione che la Cattedra di Pietro ha nutrito, nel corso dei secoli, per il vostro nobile popolo, ricevendone sempre amore e fedeltà. Ho accolto il vostro invito a presiedere questa divina Liturgia come un particolarissimo dono della Regina degli Apostoli e Madre del popolo croato, mentre ricorre la memoria di un suo figlio prediletto, Successore degli Apostoli, Cardinale di Santa Romana Chiesa e martire di Cristo: il beato Alojsije Stepinac.

Nel brano di Vangelo appena proclamato, abbiamo ascoltato l’esclamazione di Simon Pietro: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore!» (Lc 5,8). Quanto più è grande la statura di un uomo, tanto più profonda è la consapevolezza ch’egli ha di Dio e della sua Legge, tanto maggiore è anche il senso della propria inadeguatezza, la coscienza dell’assoluta sproporzione di fronte al Mistero, quasi un senso di vertigine, la stessa vertigine che il profeta Isaia ci ha testimoniato nella prima Lettura – «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono […]; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti» (Is 6,5) –, la stessa vertigine, che pervade l’animo di Simon Pietro: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore!».

È tale questo senso di sproporzione di fronte al Mistero, che l’uomo di ogni tempo – in particolare, l’uomo del nostro tempo e del nostro Occidente –, appena possibile, preferisce distogliere lo sguardo dal Cielo per rinchiudersi nell’universo del fattibile, del quantitativo, del misurabile, dell’artificiale. Il suo rapporto con il Mistero, infatti, con quel Mistero che è l’origine e il fondamento del suo stesso essere, l’orizzonte, che ogni anelito autenticamente umano suppone e desidera, il destino verso il quale ogni uomo cammina, è drammaticamente ferito e domanda, implora di essere guarito.

Ma come potrà avvenire una simile guarigione? Come potrà l’uomo aprirsi a quel Mistero, al quale, nel nostro Occidente “progredito e civilizzato”, sembra rifiutata ogni cittadinanza? Come potrà sanarsi il rapporto dell’uomo col Mistero, se ogni benché minimo barlume del sacro viene sistematicamente oscurato, riducendo la vita nascente ad un agglomerato di cellule, la famiglia ad una sovrastruttura culturale, l’educazione religiosa e morale ad una violenta imposizione e i malati ad un mero calcolo di costi e benefici? Come potrà l’uomo anche solo “ricordarsi” del Mistero, mentre si vede proiettato in un mondo, nel quale ogni spirituale tensione sembra doversi esaurire in un frenetico possesso ed ogni ricerca di significato venire consegnata al suo soggettivo arbitrio, illudendolo di essere, in definitiva, creatore di se stesso e del proprio destino?

Dove troveremo noi la forza per ricondurre l’uomo fuori, all’aperto, nell’ampio spazio di ciò che non è fatto da lui ma è donato dall’alto e dell’alto è segno eloquente, per condurlo, attraverso la porta della fede, nello spazio di Dio e, così, riconsegnarlo all’unico vero orizzonte degno di lui, della sua ragione, del suo cuore? Dove? Potremo trovare questa forza solo, sempre e di nuovo, in quello stesso abbraccio, che è l’origine ed il significato della nostra stessa vita. Sì, perché questa sproporzione, inaudita ed insostenibile, è stata “abbracciata” dal Mistero stesso, il quale a ciascuno, ad un tratto, ha detto: «Non temere!», “non temere, perché io sono qui per te e tu mi sei caro, sei bene per me, anzi, mi sei necessario; non temere perché io ti amo, al punto da spargere fino all’ultima goccia del mio sangue per te!”.

Con questo abbraccio, la carne del Mistero, il Mistero fatto carne, ci ha conquistati a sé, per sempre, e, solo in questo abbraccio “amico”, anche l’uomo moderno, che pare sordo ad ogni naturale richiamo, potrà lasciarsi spalancare al grande cielo di Dio. Allora, quel senso di sproporzione, prima insopportabile, per lui, come per noi, verrà colmato della coscienza di essere voluto, scelto e amato fin dall’eternità, da quell’eternità, della quale conosciamo – e perciò cantiamo – il santissimo nome: Gesù di Nazareth, Signore e Cristo.

In Cristo, è il Destino della nostra vita, il Mistero che ha fatto il cosmo e ciascuno di noi, a venirci incontro, a tenderci la mano e a domandare accoglienza sulla barca della nostra esistenza, in questa nostra umana, precaria, fragile esistenza. Non avrebbe avuto alcuna necessità di salire sulla barca di Simon Pietro, quella mattina, eppure volle domandare il suo aiuto, ha voluto domandare ospitalità presso di noi, lui, della cui gloria è piena tutta la terra (Is 6,3). Ha voluto avere bisogno della nostra umanità, Cristo Dio, per sanarla e glorificarla dal di dentro!

Ringraziamo il Signore per questa sua infinita Misericordia. Mentre si fa così prossima a ciascuno, infatti, inonda di luce la nostra personale esistenza e la rende, inaspettatamente, amabile, perché luogo della sua presenza; rende, incredibilmente, amabile a noi stessi la nostra vita e, così, ci rende assolutamente amabile anche la vita, l’esistenza di ogni fratello.

Solo dentro questo sguardo di Cristo, dentro questo abbraccio di Cristo all’umana esistenza, potrà prendere carne la necessaria, nuova Evangelizzazione; solo dentro il misericordioso abbraccio di Cristo, potrà affondare le radici l’invocata riforma del Clero; solo in questo abbraccio di Cristo, quotidianamente sperimentato, sopratutto, nell’Eucaristica celebrata e adorata, anche negli anni di prigionia, anche negli anni dell’esilio, gli ultimi della sua vita terrena, trovava sempre nuovo vigore e conforto l’animo del Beato Stepinac.

Dentro quel vero e proprio “tsunami” politico e sociale della dittatura nazifascista prima, e comunista, poi, il beato principe di Zagabria resistette alle suadenti offerte del potere, pagando di persona, pur di difendere l’uomo, la sua dignità, la sua libertà, qualunque fosse lo schieramento di appartenenza, arrivando anche e proteggere colui che, fino ad un istante prima, gli si era mostrato nemico.

Guardando a quegli anni terribili, a come non si lasciò sconfortare dalla prepotenza del male, a come sopportò di vedere morire i propri sacerdoti, lui che aveva per ciascuno di loro una “passione” paterna, guardando a come sopportò la menzogna e l’ingiustizia nei processi-farsa che ne sancirono la condanna, a come accettò la prigionia e l’esilio, lontano dalla sua gente, non possiamo che ammirare l’opera della grazia in questo figlio prediletto della Chiesa, che pagò a caro prezzo la palma del martirio, testimoniando così un amore eroico, un amore davvero “cattolico”!

Imploriamo, per ciascuno di noi e per l’uomo moderno, l’ampiezza di questo amore; accogliamo il misericordioso abbraccio di Cristo, che ci ha scelti, ci ha chiamati alla fede, ci ha consacrati nella verità, nel suo nome, rendendoci così partecipi del suo stesso amore, del suo sacerdozio. Imploriamo dalla Beata Vergine Maria, Regina degli Apostoli e Madre dei Sacerdoti, Regina dei Martiri e Madre del popolo croato, per intercessione del Beato Cardinale Alojsjie Stepinac, di donarci un cuore conquistato dall’Amore crocifisso e risorto, un cuore che viva sempre nel vero orizzonte di Dio, appassionato di ogni uomo e pronto a pagare di persona, per i diritti dell’uomo, per i diritti di Dio.

«In Te Domine speravi, non confundar in aeternum!». Amen.

Omelia di Gianfranco Cardinale Ravasi

Gianfranco Card. Ravasi

OMELIA GIANFRANCO CARDINALE RAVASI (Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura) tenuta in Pontificio Collegio Croato di San Girolamo in occasione del 51° Anniversario della morte del Beato Cardinale Alojzije Stepinac (10 febbraio 2011)

Vorrei innanzitutto ringraziare il rettore, monsignor Bogdan, per l’invito che mi ha rivolto e che mi permette, questa sera, di essere all’interno di una comunità, mentre vive uno dei suoi momenti più intimi che le consentono di risalire alle sue radici, alla sua terra anche se lontana. Di risalire soprattutto a quei volti e, in particolare, a quello del beato Stepinac che oggi è davanti agli occhi di tutti noi. Vorrei prima di tutto rivolgere un ringraziamento e un saluto a tutta la comunità croata. Više/più…